vetro-appannato-scritta-buon-anno-happy-new-yearLa finestra della cucina, al primo piano rialzato, si affacciava su un piccolo appezzamento di terreno non edificato di proprietà di mio zio. In fondo, dopo una ventina di metri di erba alta bruciata dalle gelate mattutine, c’era un mucchio di mattoni di tufo ben accatastati e circondato alla base da fitti rovi. Un boschetto di eucalipti chiudeva l’orizzonte.

Per anni rimase così, poi costruirono. Venti metri appena, ma per me era il confine del mondo, del mio mondo, oltre il quale non si poteva andare a (…) giocare. Era pericoloso – diceva mio padre – perché pieno di serpi. Non ci ho creduto fino a quando non me ne ha portata una a cui aveva staccato la testa con un colpo secco di vanga. Fanno veramente paura le serpi!

Quell’anno nevicò abbondantemente per un giorno intero; un evento rarissimo nella tiepida pianura pontina. Almeno dieci centimetri di neve rimasero a terra per due o tre indimenticabili giorni. Sapevamo già cosa farci con quella neve che sognavamo da sempre, ne avevamo parlato un sacco di volte io e i miei amici. Era tutto programmato: un pupazzo, un trampolino, tante palle da lanciare alle ragazze carine.

Ne trasportammo anche un po’ con la carriola all’ombra di alcuni alberi dietro casa di Andrea e ne facemmo un mucchio bello compatto, così si sarebbe conservata più a lungo. In quei giorni io e gli altri bambini della strada ottenemmo il permesso di non andare a scuola e ce la godemmo alla grande. Poi la neve si sciolse.

Ma per me no, io e lei avevamo un segreto. Ai piedi del mucchio di mattoni di fronte casa c’era un punto protetto dai rovi su cui non batteva mai il sole. Non potevo raggiungerlo per via del divieto imposto da mio padre ma ogni mattina mi affacciavo alla finestra della cucina per assicurarmi che quello sputo di neve fosse ancora lì. Un saluto veloce e poi a scuola.

Rimase al suo posto, intatto, per settimane, poi arrivò il primo caldo e qualcosa cominciò a tornarmi poco chiaro. Non era possibile che non si fosse ancora sciolto. Una domenica pomeriggio di Marzo, approfittando di un attimo di distrazione dei miei genitori, indossai gli stivali di gomma, imbracciai la vanga e, con il cuore in gola, attraversai il campo di erba alta e lo raggiunsi. Non era neve, era un rotolo di rete di plastica bianca, quella che si usa negli orti come supporto per piante rampicanti. Che delusione la realtà! Me ne tornai a casa e nessuno si accorse della mia scappatella.

Nei giorni seguenti continuai ad alzarmi prestissimo per guardare fuori. Avvicinavo la tazza di latte fumante alla finestra e con il respiro caldo mi aiutavo per formare la condensa. Con il polpastrello del dito indice disegnavo una piccola feritoia sul vetro appannato aprendo un varco alla vista in direzione del rotolo di rete. La mia neve era ancora lì. E tutt’intorno più bianco che mai.

– Dai che è tardi! Se perdi il pullman facciamo i conti, eh!

– Sì, arrivo, un attimo solo.

(Agli occhi dei bambini che vedono le atrocità della guerra, l’augurio di un anno di pace e bei sogni. E buon 2017 a tutti voi)

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