In Europa il Pd con i progressisti, dov’è il problema?

(di Matteo Orfini – tratto da http://www.partitodemocratico.it) A dar retta ad alcuni illustri commentatori e a importanti esponenti del mio partito, c`è il rischio di farsi girare la testa. Da un lato si richiama giustamente il vincolo europeo, spiegando quanto la soluzione dei nostri problemi passi dal rafforzamento dell`Europa politica, unico strumento possibile di riequilibrio del rapporto tra sovranità democratica e potere economico.

Dall`altro lato, appena da questa premessa si traggono le inevitabili conseguenze, scattano enormi resistenze da parte di chi, avendo paura di misurarsi davvero col futuro, preferisce crogiolarsi in un passato che non c`è più piuttosto che abbandonare la rassicurante ambiguità del presente. Di fronte alla crisidrammatica che sta colpendo la zona euro, è evidente a tutti l`inadeguatezza della risposta dei gruppi dirigenti (…) europei.
Gruppi dirigenti che sono espressione, ricordiamolo, della destra. Per questo noi tutti speriamo che a vincere siano Hollande in Francia, Miliband in Inghilterra, Gabriel in Germania: o la politica europea cambia radicalmente o sarà la catastrofe, come dimostra la gestione suicida della crisi greca, che sta avendo l`unico effetto di mettere in ginocchio quel paese.
Siamo tutti d`accordo, fin qui? O c`è tra noi qualcuno che approva il no agliEurobond e il no a un diverso ruolo della Bce? O c`è davvero tra noi – nel Pdcome in qualsiasi partito, giornale, corrente, spiffero progressista di questo paese qualcuno che se la senta di approvare quello che da due anni le autorità europee stanno facendo alla Grecia? Perché le cose sono due: o non siamo d`accordo nemmeno su questo, e allora abbiamo un problema molto più serio del nostro rapporto con l`Europa, oppure, almeno su questo, la pensiamo tutti allo stesso modo. E allora dovremo pur domandarci chi, tra le attuali forze politiche europee, la pensi come noi. Ma in tal caso la risposta è semplice, e senza possibilità di equivoci: il Pse.
In questo senso, dunque, la prospettiva del Pd non può che essere quella di un rafforzamento del rapporto col Pse. Certo, quel partito deve cambiare, aprendosi ad altre forze e culture, come in parte sta già facendo. Ma in Europa altro non c`è, e quell`evoluzione, comunque, dipende anche da noi, che del campo di forze progressiste non siamo certo piccola parte. Per quale motivo non se ne dovrebbe nemmeno discutere? Si obietta che questo ragionamento snaturerebbe il Pd, escludendo il mondo cattolico.
E perché mai? Per quale ragione battersi per ridurre le diseguaglianze e trovare la via di uno sviluppo più equilibrato e più giusto escluderebbe i cattolici? Perché di questo si discute in Europa e per questo i socialisti propongono misure come la tassazione sulle transazioni finanziare, l`istituzione degli eurobond, l`inserimento di nuove regole che imbriglino gli eccessi della finanza. Gli altri stanno conMerkel e Sarkozy. E con Berlusconi. Mentre sono proprio le massime autorità della Chiesa a esprimersi con parole ben più dure sull`ormai inaccettabile squilibrio tra capitale e lavoro.
A volte sembra che le polemiche nascano più dalla preoccupazione di un ceto politico che reclama il monopolio nell`interlocuzione col mondo cattolico che da questioni di merito. Ma, almeno per quel che mi riguarda, anche in questo caso credo che la liberalizzazione sia più efficace del monopolio.
Quanto all`obiezione secondo cui si tratterebbe di uno spostamento a sinistra del Pd, non stupisce che a muoverla sia chi predica come soluzione innovativa alla malattia europea proprio quelle ricette che la malattia hanno prodotto. Dimenticando, tra l`altro, che gli anni 90 sono finiti. Non possiamo spacciare per nuovo quello che era nuovo, a essere generosi, oltre venti anni fa. Di terza via non parla più nessuno nemmeno in Gran Bretgana, dove è anzi il Financial Timesa interrogarsi, semmai, sul “capitalismo in crisi”.
Certo, molti sono ancora affezionati a quell`impianto teorico, e infatti è di questo che discutiamo, anche nel Pd. Ma la divisione, allora, non è tra laico-socialisti e cattolico-liberali. 
Per due anni alcuni di noi hanno detto crescita quando altri dicevano tagli di bilancio, lavoro invece che riduzione dei diritti, politiche industriali piuttosto che arretramento dello stato. Tanto nelle questioni economico-sociali quanto in quelle istituzionali, per riprendere le parole di Massimo Luciani sull`Unità, questa è per noi la lezione della Costituzione.
Ed è qui, nella carta del `48, che sta la più profonda, indistruttibile radice politico-culturale del patto su cui si fonda il Partito democratico.
(tratto da http://www.partitodemocratico.it autore Matteo Orfini)
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